Murakami, l'Umanità e le sue mura incerte - Le Recensioni Sentimentali #4
Recensione sentimentale dell'ultimo romanzo di Murakami La città e le sue mura incerte con una riflessione sul dolore e le facili soluzioni reperibili in rete.
Possiamo essere dall’altra parte del mondo con un click e spesso non riusciamo a essere nella stessa stanza con le persone che amiamo; continuamente connessi eppure soli e nonostante questo, incapaci di stare con se stessi e basta: la solitudine da iper-connessione è un isolamento patologico. Viviamo all’interno di mura che ci separano dal resto ma che non ci proteggono.
Diceva Gramsci nei suoi Quaderni del carcere:
Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.
Ecco, io l’ultimo romanzo di Murakami mi ha fatto pensare al chiaroscuro che stiamo vivendo e quindi sì, l’ho ribattezzato l’Umanità e le sue mura incerte.
Se vi sembrerà, nel corso della lettura di questo post, che io stia facendo degli assurdi voli pindarici, ebbene sappiate che sto proprio facendo degli assurdi voli pindarici, che poi è quel che mi accade sempre quando leggo un libro di Murakami: un viaggio caotico dentro e fuori di me, dentro e fuori la superficie delle mondo. Del resto, non è per questo che leggiamo libri? Un tentativo per conoscerci meglio. Forse.
Andiamo.
La città e le sue mura incerte: un vecchio racconto
Come riportato nella postfazione, La città e le sue mura incerte è l’espansione di un racconto omonimo del 1980. Già in quel racconto l’autore affrontava i temi che poi avrebbe sviluppato nel romanzo, ma era troppo giovane, troppo inesperto per farli emergere bene.
A quel tempo, Murakami gestiva un Jazz club a Tokyo, “Peter Cat”, assieme alla moglie: il bar e la musica jazz sono due dei principali ingredienti delle sue opere. Leggendo Murakami, li si incontra sempre. Assieme ai gatti. Il jazz club è stato poi chiuso per dedicarsi completamente alla scrittura.
Mentre la carriera di Murakami decollava e i successi iniziavano ad arrivare, La città e le sue mura incerte è rimasto nel cassetto, ad attendere il momento giusto.
Amore, ombre e gente che scompare
La storia inizia con il protagonista adolescente perdutamente innamorato di una coetanea, con la quale vive la purezza del grande amore e i primi turbamenti sessuali, finché la ragazza non gli svela che in realtà quella che lui ama è soltanto una proiezione, la vera lei si trova altrove, in una città protetta da alte mura, è lì che il ragazzo dovrà recarsi se vuole incontrarla davvero. E tutto il romanzo racconta di questa strana e onirica ricerca, fuori e dentro la città, che ovviamente ha poco di tangibile e molto di metafisico.
Meglio non sapere ciò che si può anche ignorare. Forse.
Il romanzo è diviso in tre nuclei; nel primo il giovane protagonista (di cui non sapremo mai il nome) incontra una ragazza (anche lei senza nome) a un concorso letterario (ma guarda un po’, la letteratura e i libri sono sempre il motore di qualcosa!) e se ne innamora.
Dopo aver trascorso del tempo insieme, la ragazza rivela di essere solo l’ombra del suo vero sé, che si trova nella misteriosa città dalle alte mura e poi, semplicemente, scompare. Da quel momento, il protagonista non fa altro che cercare la ragazza e dunque la città, dove giunge ormai quarantenne.
La città è proprio come descritta dalla ragazza, all’ingresso il protagonista incontra il Guardiano che gli dice che per entrare dovrà separarsi dalla sua ombra, che sarà poi conservata (o meglio richiusa) in un recinto con le ombre degli altri abitanti della città, a languire.
Apro parentesi: separarsi dall’ombra (in letteratura)
La separazione dalla propria ombra è un elemento narrativo iconico che torna spesso in letteratura: nel Peter Pan di J. M. Barrie (1911), Peter viene accidentalmente separato dalla sua ombra in casa Darling, sarà poi Wendy a ritrovarla e a ricucirla con ago e filo al corpo di Peter. In questo caso l’ombra è l’inconscio, il desiderio di restare bambini per sempre, la paura di crescere e dunque della morte.
Nel racconto del 1847 di Hans Christian Andersen che s’intitola L’ombra, appunto, quest’ultima rappresenta il lato malvagio e occulto dell’uomo, una manifestazione del male che ognuno porta dentro di sé. Quando l’ombra si stacca dall’uomo buono e prende potere, finisce per soggiogarlo.
In ogni caso, l’ombra è una parte di sé, la parte sommersa, quella che non conosciamo o che temiamo di conoscere, ma comunque visibile, insomma per dirla con Jung, l’inconscio personale.
Chiudo parentesi: torniamo a Murakami…
Che cosa succede al protagonista ora che è finalmente nella città?
Il distacco dalla sua ombra lo ha reso immune al dolore, ma anche ai sentimenti più profondi: è così che vivono gli abitanti della città, dimentichi di quello che c’è fuori, impegnati nelle loro attività, senza provare quasi nulla.
A questa specie di atarassia contribuiscono gli unicorni, creature che in quasi tutta la mitologia mondiale sono simbolo di purezza e saggezza e che nel romanzo di Murakami hanno il compito di assorbire il fardello emotivo degli abitanti della città.
Anche la ragazza che il protagonista ormai quarantenne ritrova è stata separata dalla sua ombra e appare priva di emozioni e di ricordi, ha ancora sedici anni e non ha memoria di averlo amato. Lui è cresciuto, in effetti, è una persona che lei non ha mai incontrato.
In effetti la città di cui parla Murakami non è uno spazio materiale identico per tutti, ma un luogo soggettivo: è la città solo del protagonista, costruita sulle sue esperienze, i suoi ricordi, le sue emozioni.
In città il protagonista inizia a lavorare in una biblioteca come lettore dei sogni: non cataloga libri, ma materiale onirico racchiuso in teschi di animali, l’ultimo legame degli abitanti con la vita precedente.
Non riuscire a tenere un diario, ma a fare il resoconto dei sogni sí, è come dichiarare pubblicamente che quanto mi accade nei sogni ha per me piú importanza della vita reale.
Le giornate si susseguono tutte uguali, scandite da un orologio senza lancette: del resto in un luogo privo di emozioni, il tempo soggettivo - quello proustiano per intenderci - non ha senso. E non ha senso il tempo lineare, laddove ogni giorno è uguale al precedente.
Quello della città somiglia di più al tempo circolare dei miti, l’Eterno Ritorno dell’Eguale di Nietzsche, ma senza la componente di accettazione benevola del destino: il tempo è un flusso infinito e indefinito che consuma l’anima e lascia intatto solo il corpo.
Sono passato davanti alla torre dell’orologio. A quel punto, come d’abitudine, ho guardato il quadrante. Come sempre, non aveva le lancette. Infatti l’orologio non è lí per mostrare l’ora. È lí per dire che il tempo non ha senso. Non si è fermato, non ha proprio senso.
Per questo il protagonista si ritrova davanti alla dura scelta: o resta lì, con il suo amore adolescente, e perde la sua anima o si ricongiunge all’ombra e torna nel mondo reale. L’uomo decide di tornare nel mondo reale e qui inizia il secondo nucleo del romanzo.
Ci vediamo nel mondo reale
Con un nuovo salto temporale ritroviamo il protagonista ormai quarantacinquenne, che lavora nell’editoria a Tokyo. Il ricordo della ragazza e della città lo perseguita e alla fine, rendendosi conto che la dimensione spersonalizzante della metropoli non è più sostenibile per lui, cerca un altro luogo, a misura umana: e lo trova in un piccolo villaggio in montagna dove va a dirigere una piccola biblioteca.
Anche questo è significativo: il passaggio dalla confusa metropoli in cui è facile perdere la propria identità, alla piccola cittadina dai ritmi più lenti, che consentono la riflessione, l’incontro con gli altri e anche con se stessi. Nella prima il rischio è di perdere se stessi, nella seconda è di dover affrontare la realtà senza scudi, coi suoi dolori e le scelte difficili.
Ora... mi dica lei, è una cosa sensata che un uomo, un uomo adulto, vada avanti e indietro tra un mondo e un altro inseguendo un sogno perduto da ragazzo?
Nel villaggio, il protagonista incontra tre personaggi chiave: il signor Koyasu, l’ex direttore della biblioteca; la titolare di un caffè dove inizia a trascorrere del tempo e un ragazzo soprannominato “Yellow Submarine” per la felpa dei Beatles (immancabili!) che sembra vivere al di fuori del tempo e dello spazio.
In questa seconda parte, il protagonista si ritrova di nuovo in bilico tra sogno e realtà, tra accettazione del dolore e inseguimento dell’ideale. La soluzione al dissidio arriva nell’ultima parte del romanzo e il ruolo dei tre personaggi chiave sarà fondamentale per la scelta, questa volta definitiva, del protagonista.
I temi de La città e le sue mura incerte
I temi del romanzo di Murakami sono ancora una volta il sottile confine tra sogno e realtà, lungo il quale si snoda la continua ricerca della propria identità. Quel che sembra suggerire La città e le sue mura incerte è che la vita non è un viaggio lineare che si conclude con la conquista della propria dimensione ideale, ma un labirintico percorso alla continua e impossibile ricerca di quella dimensione, ricerca destinata a interrompersi con la morte, mentre ancora si è in trasformazione. La nostra dimensione ideale, insomma, è irraggiungibile (però dobbiamo cercarla lo stesso).
Può darsi che la realtà non sia una sola. La realtà è forse qualcosa che noi dobbiamo scegliere fra le tante possibilità.
E allora il senso della vita non è più trovare la propria dimensione, la propria forma finita, ma cercare, scegliere, trasformarsi ed essere consapevoli che questo flusso continuo subisce una cesura ogni volta che prendiamo una decisione e cambiamo direzione, aprendo nuovi scenari, rivolgendosi verso altri orizzonti per poi terminare davvero solo con la morte (e per chi crede, neanche in quel momento).
Vivere allora è prendere decisioni, cambiare idea, avere relazioni umane, leggere libri, ascoltare musica, provare dolore, sognare, credere al fantastico, restare attaccati alla propria ombra, accettare il buio, saltare in quel buio, amare il silenzio, leggerlo, comprenderlo, a volte subirlo, provare il lutto, lasciar andare le persone e le cose, avere coraggio, amare, restare soli, cambiare città.
Più che una linea retta, un labirinto, come quello di Borges, scrittore cui Murakami è molto legato, strade che s’incrociano e che ognuno leggerà come vuole, è questo il bello. Tutto è simbolo, tutto può avere il significato che vogliamo dargli.
L’Umanità e le sue mura incerte
Torniamo alla riflessione con cui ho iniziato questa recensione sentimentale: possiamo essere dall’altra parte del mondo con un click e spesso non riusciamo a essere nella stessa stanza con le persone che amiamo. Siamo circondati da mura, ma quelle mura sono incerte, crollano di continuo e poi si richiudono, come se fossero vive.
Il risultato dell’iper-connessione è proprio questo. Tutti vicini, ognuno nella propria bolla, schiavi dello scrolling, proiettati in quella città dalle mura incerte che è uguale e diversa per tutti: la rete.
Che cosa c’è in questo labirinto fra le cui fluttuanti mura è così facile perdersi? Soluzioni facili a problemi difficili, prima di tutto.
Non riesci a dimagrire? Segui il nutrizionista online.
Ti senti giù? Segui lo psicologo online.
Non trovi l’anima gemella? C’è il love coach.
Tutto veloce, facile, gratis o quasi.
Scrolliamo reel persuasivi provando l’appagante sensazione che i nostri problemi si stiano già risolvendo, ci diciamo che da domani ci vorremo più bene come consiglia Tizio, che faremo la beauty routine come suggerisce Caia, che inizieremo ad allenarci, a fare tiramisù fit, che avremo il coraggio di mollare tutto per viaggiare, che conquisteremo l’uomo/la donna dei nostri sogni seguendo quelle cinque facili regole e così via.
Un esempio?
Se abbiamo l’impressione che il mondo sia crudele e la gente non ci renda giustizia, è perché siamo troppo buoni, troppo empatici, perché non sappiamo mettere confini, perché siamo noi i buoni, loro sono i cattivi. Loro chi? Loro tutti, quelli fuori dalle nostre incerte mura. Famiglia, amici, persone che si sono allontanate, gente che non ci ha capito davvero, che ha sfruttato la nostra buona fede.
E allora? Dobbiamo volerci più bene, imparare a dire no.
Volerci più bene. Imparare a dire no.
Volerci più bene. Imparare a dire no.
Volerci più bene. Imparare a dire no.
Così, all’infinito, mentre scrolliamo reel e leggiamo citazioni che sembrano scritte per noi e le condividiamo per dire a tutti, a nessuno, a noi stessi che abbiamo capito, siamo empatici ma non cretini, lo sappiamo che siamo noi i buoni e loro (loro chi?) i cattivi.
E mentre scrolliamo lamentandoci del mondo con l’illusione di essere già un passo in avanti rispetto ai problemi che avevamo (ci vorremo più bene, impareremo a dire no), restiamo immobili e il tempo ci supera. Lo perdiamo.
Alla fine, immersi nell’atemporalità dello scrolling, nei minuti che non abbiamo percepito perché nella rete l’orologio non ha le lancette, siamo esausti e con nessuna forza per quelle soluzioni che ci sono sembrare così semplici da attuare, così efficaci. Lo erano, perché raccontate bene.
Galleggiare in questa bolla di facili risposte e comode soluzioni è una droga gratificante per il cervello, ma nel frattempo ci separa dall’ombra, cioè dalla parte fastidiosa, che prova dolore, frustrazione, che a volte ci suggerisce “guarda che non sono sempre gli altri i cattivi, a volte pure tu ti comporti una mer*a”, quella che ci costringe a prendere decisioni, a cambiare rotta, a fare esperienze, a costruire passato, in altre parole a vivere.
Ancora una volta, per quanto mi riguarda, a salvarmi dalla città e dalle sue mura incerte è tutto quello che di vero c’è dall’altra parte: i libri, le persone, la linea che separa me dal mondo, il confine dove si scontrano gioia e cordoglio, la mia ombra, insomma, che a volte mi segue, a volte mi precede, guardiana dei dolori senza i quali nessuna persona al mondo potrebbe sopravvivere.
Ce lo teniamo, insomma, il dolore, perché è vero e perché l’inerzia è molto peggio.
- Hai conosciuto notti più fredde di questa?
- Ho conosciuto posti più freddi di questo.


